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September Stampa
  • Nome Brenda Ann Kenneally
  • Data e luogo di nascita 1969, Albany (NY)
  • Professione Fotografa
  • Prima macchina Nikkormat
  • Ultima foto un ritratto di mio figlio durante la festa di chiusura di Visa Pour l'Image a Perpignan
  • [RVM] Il tuo ultimo progetto, "Upstate girls: What became of Collar City" è un'immersione nel quotidiano di alcune famiglie disagiate di Troy, nello Stato di New York. Com'è nato questo lavoro?

    [BAK] Nel 2005, dopo 7 anni di lavoro, ho pubblicato un libro sul mio vicinato a Brooklyn, "Money Power Respect". Dopo la sua uscita, il New York Times Magazine mi ha mandato in assignement a realizzare delle immagini per un estratto di "Random Family", un libro-inchiesta di Adrian Nicole Leblanc su Jessica, una ragazza-madre portoricana del Bronx, e sulla sua famiglia. Quando qualche tempo dopo Jessica si è trasferita a Troy, la mia città d'infanzia, ho deciso di seguirla. Partendo da lei, sono entrata in contatto con molte altre famiglie con storie simili alla sua...

    [RVM] Che tipo di realtà hai trovato?

    [BAK] Madri adolescenti, ragazzi-padri che entrano ed escono dalla galera, bambini che il più delle volte soffrono di disturbi comportamentali curati esclusivamente con i farmaci. Sono famiglie che tirano avanti con lavori precari e nessun tipo di sostegno, nemmeno dai servizi sociali, temuti più della polizia: lo Stato di New York è l'unico negli Usa in cui i genitori possono essere citati in giudizio se i figli si comportano male a scuola.

    [RVM] Com'è cambiata Troy rispetto alla tua infanzia?

    [BAK] E' rimasta identica. Per la working class non è cambiato niente, a parte il fatto che oggi la distribuzione delle ricchezze è ancora più squilibrata e che sono venute meno le speranze. Nessuno pensa più che se lavora sodo potrà migliorare la propria condizione: la perdita delle speranze ti porta alla rassegnazione, e la rassegnazione ti porta a non pulire più il pavimento di casa. Per questo molte famiglie vivono in una condizione di abbandono. Nell'800 Troy è stata il faro della rivoluzione industriale, ma oggi il sogno americano è finito.

    [RVM] Il tuo apprendistato fotografico è cominciato a Troy?

    [BAK] No, ma Troy ha avuto un ruolo importante, spingendomi a scappare. Mia madre era una delle prime divorziate della città, scomunicata dalla chiesa locale. Mio padre soffriva di disturbo bipolare. Me ne sono andata a 14 anni, e quello è stato l'inizio di una serie di fughe. Il primo contatto con la fotografia l'ho avuto all'Università di Miami. Da ragazza Troy per me era una trappola, e da adulta ci sono tornata: la fotografia mi ha salvata dalla vita cui ero destinata, ma mi ci ha anche riportato dentro...

    [RVM] Che rapporto si è creato in questi tre anni con i tuoi soggetti?

    [BAK] Seguire la vita di tutte queste persone significa perdere di vista la tua. Gli eventi fondamentali per loro - nascite, morti, primi giorni di scuola - diventano fondamentali per te. Tra noi è nato un rapporto fortissimo, anche doloroso, a volte, perché sei lì, sei presente, ma non puoi interferire nelle loro scelte. Quando finisci un progetto così, ti resta dentro un vuoto incolmabile.

    [RVM] Al Visa pour l'Image 2008 di Perpignan hai vinto il Canon Female Award e il tuo progetto è in mostra in questa edizione. Il premio ha in qualche modo influito sul tuo lavoro?

    [BAK] A parte l'aspetto economico della cosa, non direi. Anzi, mi chiedo che senso abbia tutto questo. Le vite delle persone che ho fotografato cambieranno? La gente si amerà di più? Sarà più consapevole? Supererà le barriere di classe? Non sono nemmeno sicura che sia chiaro il senso del mio progetto: molti credono che parli di disagio, di violenza, di povertà. Invece parla d'amore, perché ciò che queste persone hanno davvero in comune è un'affannosa ricerca d'amore. Alla fine, temo proprio che io avessi molto più bisogno di loro di quanto loro ne avessero di me.