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December Stampa
  • Nome Graciela Iturbide
  • Data e luogo di nascita Messico, 1942
  • Professione Fotografo
  • Primo libro Juchitàn de Las Mujeres, 1989
  • Ultima mostra Fotomuseum Winterthur, Svizzera, Eyes to Fly with, fino al 14 Febbraio, 2010
  • [RVM] Il Fotomuseum di Wintentur ti ha dedicato un'esposizione antologica che riassume tutto il tuo percoso, dalla ricerca sugli indios Seri del deserto di Sonora (Los que viven en la arena, 1981) al lungo lavoro sulle donne dello Juchitan (Juchitán de las mujeres, 1989), fino all'inseguimento delle rotte degli uccelli in Pajaros (2002). Com'è cominciata la tua ricerca antropologica sul tuo paese, il Messico?

    [GI]  Nel 1969, con il mio insegnante Manuel Álvarez Bravo, ho avuto la fortuna di visitare i villaggi messicani dove si celebravano feste accompagnate da tradizioni e rituali antichissimi. Col passare del tempo, questi riti sono stati trasformati a causa della globalizzazione, ma l'introduzione di diversi elementi moderni, come la sostituzione delle antiche maschere con maschere di carta, o delle ossa di animali con quelle di plastica, ha continuato a suscitare il mio interesse. Anzi, nel corso del mio lavoro, questa commistione tra immaginario tradizionale e immaginario contemporaneo, tipica del Messico, mi ha interessato profondamente, e ha mantenuto il mio lavoro in costante evoluzione.

    [RVM] Uno dei tuoi più recenti lavori messicani è il progetto fotografico realizzato nel bagno di Frida Kalho. Puoi parlarcene?

    [GI]  Tutto nasce da un'idea di Dolores Olmeto, una tra le maggiori collezioniste di Frida e di Diego Rivera, che, prima di morire nel 2002, mi propose di collaborare alla parte fotografica di un libro intitolato El Ropero (Il guardaroba, ndr) sugli oggetti personali di Frida, tutt'ora conservati nella sua Casa Azul di Città del Messico. Io però non sono una fotografa di studio, e quindi non mi sentivo in grado di fotografare i vestiti di Frida. Ho chiesto invece di poter entrare nel suo bagno, rimasto chiuso dal momento della sua morte. È così che ho cominciato a ritrarre gli oggetti conservati lì: le stampelle, le protesi, i corsetti, i ritratti di Lenin, Stalin e Trotsky. La sua camicia da notte dell'ospedale sporca di pittura, che sembra macchiata di sangue. Le sue medicine, la morfina che assumeva. Ho fatto un lavoro minimalista e molto intimo: mi ero operata a un piede, e ho scattato una foto del mio piede malato come quello di Frida nella sua vasca da bagno. Frida mi interessa più come donna e come militante politica che come pittrice, e mi affascina soprattutto la sua relazione con Trotsky. Lui trascorse i suoi ultimi anni in Messico, abitando a poca distanza da lei, in una casa sui cui muri si vedono ancora i fori delle pallottole che lo hanno ucciso. Mi piacerebbe fotografare anche gli oggetti della casa di Trotsky e accostarli a quelli di Frida.

    [RVM] In contrapposizione con l'intensità e l'umanesimo dei tuoi scatti messicani, stupiscono i "grandi vuoti" degli Stati Uniti, dove hai ritratto solo paesaggi solitari. Da fotografa e da messicana, che rapporto ha con gli Usa?

    [GI]  In Messico c'è una frase che dice «così lontani da Dio e così vicini agli Stati Uniti»: questa vicinanza è la nostra sventura. Emigriamo perché non abbiamo altra scelta, e i soldi dei messicani all'estero costituiscono la seconda risorsa economica del paese. Quando un mio collezionista americano mi ha chiesto di raccontare gli Stati Uniti dal mio punto di vista, la solitudine di quei paesaggi mi ha colpito immediatamente. Per me il Messico è il paese della folla, gli Usa sono il paese delle autostrade deserte.