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January Stampa
  • Nome Antonio Biasiucci
  • Data e luogo di nascita 24/04/61, Caserta (Italia)
  • Professione Fotografo
  • Prima macchina Nikkormat FS 2
  • Ultima foto Circa tre mesi fa, uno scatto del mio ultimo progetto, "Molti"
  • [RVM] "Molti", la tua installazione esposta al museo Madre di Napoli fino al 5 aprile 2010, è l'ultimo approdo di una ricerca sull' "essenza" dell'uomo che ha animato tutto il tuo percorso fotografico, da "Spazi umani" (1987) fino a "Magma" (1998) e a "Res" (2004). Com'è nato questo nuovo progetto?

    [AB] Circa un anno fa, vidi al telegiornale le immagini dell'ennesimo naufragio di migranti nel Mediterraneo. Nelle notti seguenti, mi capitò di sognare una sala con delle bacinelle piene d'acqua sparse sul pavimento: dalla superficie dell'acqua affioravano i volti dei migranti, immobili e sereni come dei dormienti sul fondo del mare. E' da questa visione, e dall'urgenza di restituire dignità e riposo a questi uomini, che nasce l'installazione. Eduardo Cicelyn, direttore del Madre, a cui avevo raccontato il mio sogno, ha voluto dargli concretezza spingendomi a realizzare il progetto. Così, nel corso degli ultimi tre mesi, ho fotografato al Museo Antropologico di Napoli i calchi umani raccolti dagli antropologi in Medioriente e Nordafrica. Ho lavorato molto sulla luce, perché restituisse a questi volti umanità e respiro vitale, e ho scelto di far emergere i loro volti dal nero profondo, che è allo stesso stesso tempo il mare dove giacciono e il buio da cui emerge il loro ricordo.

    [RVM] Hai sempre definito il tuo lavoro sull'immagine come "fotografia antropologica", che cosa significa esattamente ?

    [AB] Una fotografia che guarda all'uomo nella sua essenza: cerco elementi che appartengono a tutti gli uomini, senza connotazioni geografiche o temporali, attraverso i quali riscostruire la storia umana. Per questo, negli anni, ho lavorato su sogetti come il pane, i vulcani, la vacca come animale emblematico, il corpo umano come paesaggio, decontestualizzandoli completamente. Cancellare il contesto significa far emergere la loro "assolutezza". Ma questa cancellazione non può che derivare da una conoscenza del contesto stesso: i lavori concettuali di oggi nascono anche dai reportage documentari fatti in passato. Solo che quelli di oggi sono dei reportage interiori.

    [RVM] La tua installazione fa parte percorso della collettiva Barock, che comprende opere di Damien Hirst, Cindy Sherman, Maurizio Cattelan. Come si inserisce il tuo lavoro in quest'idea di "barocco contemporaneo"?

    [AB] La relazione con il barocco per me è solo storica, non formale: non mi interessa la ricerca forzata di affinità estetiche, i miei non sono chiaroscuri "caravaggeschi", perché il mio nero, lungi dall'essere un elemento pittorico, serve invece per "cancellare", è un punto di inizio, il buio da cui emerge l'elemento illuminato. Piuttosto, ciò che lega la mia opera al secolo del barocco è che il Seicento è stato anche il secolo dello schiavismo, della tratta di esseri umani attraverso i mari: quella a cui assistiamo oggi è una nuova forma di tratta, e i dormienti sul fondo del mare sono i nuovi schiavi.

     

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