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February Stampa
  • Nome Andrea Gjestvang
  • Data e luogo di nascita 10 marzo 1981, Hamar, Norvegia
  • Professione Fotoreporter
  • Prima macchina I miei nonni mi regalarono una Ricoh XR SLR a quando avevo 15 anni. Aveva tre obiettivi diversi e l'ho usata fin quando ho iniziato i miei studi di fotogiornalismo.
  • Ultima foto Due giorni fa a Belgrado, per un assignement sulla situazione nei Balcani dopo il riconoscimento ai cittadini della libera circolazione nell'area Schengen
  • [RVM] Il tuo lavoro Greenland, disappearing Ice Age, frutto di un lavoro di due anni svolto tra gli Inuit della Groenlandia, è ora in mostra alla Open Mind Gallery di Milano fino al 2 marzo 2010. Cosa ti ha spinto a iniziare questo progetto?

    [AG] Negli ultimi anni la Groenlandia ha ricevuto l'attenzione dei media a causa del surriscaldamento globale e dei cambiamenti che stanno investendo la società Inuit. Io ho voluto fare un passo indietro e guardare dietro i titoli delle notizie. La Groenlandia è ancora un paese lontano e sconosciuto per la maggior parte delle persone. E questo mi è sembrato il momento giusto per documentare il modo in cui la sua cultura e la sua società stano cambiando, perché in dieci anni tutto sarà diverso. Concretamente, sono riuscita a realizzare il progetto grazie a un finanziamento della Freedom of Expression Foundation di Oslo.

    [RVM] È stato difficile per te entrare nella comunità Inuit e conquistare la fiducia dei soggetti che hai ritratto?

    [AG] Questa è stata la parte più impegnativa. Ho incontrato persone amichevoli, ma molto scettiche nei confronti dei fotografi, a causa delle esperienze negative avute con i media stranieri. Ho trascorso molto di tempo a giocare con i bambini, a uscire con gli adolescenti, a imparare a cacciare. Questa fase del lavoro è stata interessantissima, anche se non ho quasi mai scattato. Spesso mi sono sentita persa, ma ho imparato molto: non ho mai rinunciato e questo mi ha reso più perseverante nel mio lavoro.

    [RVM] Come immaginano i giovani Inuit il loro futuro?

    [AG] I giovani hanno pensieri e sogni per il futuro molto contrastanti. Amano la Groenlandia perché è casa loro e sono molto legati alla prpria famiglia. D'altra parte, in molti piccoli villaggi è difficile immaginare il futuro, perché i lavori tradizionali scompaiono e le condizioni di vita stanno cambiando radicalmente. Inoltre, i ragazzi sono sempre più influenzati dal modello di vita proposto dai film europei o americani. Molti giovani vanno a studiare nella capitale Nuuk o in Danimarca, e la scelta di restare all'estero o di tornare a casa dipende principalmente dalle possibilità di lavoro che hanno.

    [RVM] Grandi scrittori o registi, come Jorn Riel e Robert Flaherty, hanno raccontato la vita degli Inuit. C'è qualche traccia letteraria o cinematografica che ti ha ispirata nel tuo lavoro?

    [AG] I racconti di famosi esploratori come Rasmussen e Nansen mi hanno sicuramente influenzata. Il mito dell'uomo forte in lotta contro la natura estrema è strettamente collegato alla Groenlandia, ma io avevo voglia di indagare qualcosa di completamente diverso: un lato più umano e vulnerabile. Questo è un confine inesplorato, sia dalla letteratura che dalla fotografia. Ma la mia principale ispirazione proviene in realtà da tutt'altri luoghi, come dalle foto americane di Jacob Holdt o dagli scritti di Susan Sontag sulla fotografia.