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March Stampa
  • Nome Pietro Masturzo
  • Data e luogo di nascita 26 Maggio 1980, Napoli, Italia
  • Professione Fotoreporter
  • Prima macchina Una vecchia Polaroid di mio padre
  • Ultima foto l'11 febbraio a Roma durante una manifestazione dell'Onda Verde iraniana
  • [RVM] Hai apena vinto il primo premio al World Press Photo con una foto scattata sui tetti di Tehran durante le proteste dello scorso giugno, ma la tua vittoria ha suscitato pareri contrastanti. In molti ritengono la tua immagine non facilmente comprensibile. Perché, secondo te, è stata premiata?

    [PM] Spero che abbia vinto perché offre un diverso punto di vista sulle cose. Tutti hanno documentato i cortei per le strade di Teheran, ma pochi sapevano della protesta sui tetti. Credo anche che rappresenti un approccio diverso alla fotografia rispetto a molte immagini premiate in passato: è una foto non didascalica. Una tragedia si può raccontare anche senza sangue e senza morti, un'immagine può essere potente anche senza scioccare. Le foto scioccanti non comunicano più molto, perché il pubblico si è assuefatto a guardarle. Invece, un'immagine meno esplicita, che non chiude e risolve la storia in un'inquadratura, ti costringe a interrogarti.

    [RVM] Da questo punto di vista può sembrare contraddittoria la menzione speciale attribuita dal WPP a un'immagine, estremamente cruda, della morte di Neda Agha-Soltan, la giovane iraniana anti-regime uccisa negli scontri a Teheran...

    [PM] In effetti, c'è una sorta di specularità tra il racconto per sottrazione del mio scatto e la crudezza esplicita del ritratto di Neda. Ma lei è un simbolo della protesta, per questo quell'immagine ha la sua importanza. Inoltre, il fatto che non l'abbia scattata un fotografo non professionista scongiura per me il rischio della pornografia: nessuno guadagnerà soldi o fama da quello scatto di Neda morente, è una pura testimonianza

    [RVM] Quell'immagine è, oltretutto, il frame di un video. Una scelta che apre molte questioni su cosa possa considerarsi fotografia e cosa non lo è...

    [PM] E' difficile scegliere da che parte collocarsi, ma l'importante è capire che c'è in atto un cambiamento. Io non sono un tradizionalista: così come, per me, la fotografia non è morta con il passaggio al digitale, così non morirà perché nuovi supporti, come i cellulari, consentono di raccontare una storia per immagini. Certo, per quanto riguarda l'immagine estratta da un video il discorso si complica: io sono legato a una fotografia nella quale la scelta si fa al momento dello scatto, ma, premesso questo, il supporto tecnico non mi interessa. Una foto fatta col telefonino può avere lo stesso valore fotogiornalistico di una scattata con la Leica, è lo sguardo che fa la foto.

    [RVM] Il tuo lavoro, premiato come foto dell'anno e come miglior storia, è inedito. Come mai secondo te non ha destato l'interesse dei giornali italiani?

    [PM] In Italia il mio lavoro ha ricevuto grandi apprezzamenti, ma nessuno l'ha pubblicato. Fare il fotografo in questo paese è difficilissimo: un giorno sei euforico perché hai realizzato una bella storia e il giorno dopo ti deprimi perché nessuno te la pubblica. Non so se questa limitatezza di prospettive sia da attribuire alla crisi dell'editoria o all'assenza di una cultura fotografica che renda la fotografia un linguaggio più comprensibile al grande pubblico, ma, in Italia, l'unica risorsa dei fotografi è l'autoproduzione. Per me, persino convincere i miei genitori che faccio questo mestiere è stata un'impresa: "Il fotografo? Ma non è mica un lavoro..."

    [RVM] Tre dei nove italiani premiati al WPP lavorano fuori dalle grandi agenzie e sono legati a piccoli collettivi. L'era delle grandi agenzie è finita?

    [PM] Io credo nelle realtà piccole come Kairos, il collettivo con cui lavoro: quando la fotografia diventa industria, scattare è come stare alla catena di montaggio. La forza dei collettivi è essere in pochi, lavorare con un punto di vista condiviso, con i tempi giusti. Se devo accordarmi solo alle logiche del mercato allora preferisco cambiare lavoro. Certo, potrei cambiare idea se mi chiedessero di entrare in Magnum...

    [RVM] Cosa si fa a trent'anni con un World Press Photo alle spalle? Da dove si ricomincia?

    [PM] Faccio il fotografo da poco tempo e devo ancora trovare la mia strada, solo che prima ero uno sconosciuto senza niente da perdere, adesso sento la responsabilità di dover dimostrare qualcosa. Ho molte idee, raccontare le grandi dittature, approfondire la ricerca cominciata sulle regioni del Caucaso. Ma forse la storia che mi sta più a cuore è quella sulle mie origini: mia nonna è di Odessa e io vorrei tornare in Ucraina per riallacciare le mie radici, cercando di conciliare la mia storia personale con un orizzonte più ampio.