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Ara GallantHe slightly changed his name to make it sound more exotic and to be closer to his aspirations. This change marked a really uncommon life. Between the end of the sixties and the beginning of the eighties, Ara Gallant, born in the Bronx as Ira Gallantz, overturned the world of fashion publishing, first as a hair dresser and later as a photographer. Started as a “master of color” at Bergdorf Goodman store in New York City, he quickly arrived at the sacred temple of style and trend, Vogue America, where he developed a close relationship with Richard Avedon (so thigt that their professional couple was nicknamed “Aradon”). Excentric, wild, excessive, nocturnal (he didn’t miss an evening at the famous Studio 54), Gallant used his experience as image maker to start an equally successful career as portrait photographer. Many covers of Interview in those years were shot by him. Then, aiming to pass to cinema, he moved to Hollywood to start working on his screenplay, but a life of excess and drug dependency led him to kill himself in a garage in 1990. Ara Gallant, recently released by Damiani, celebrates his existence (passed quickly from fame to obscurity after his death), his professional talent, his extravagance, his ability to innovate. The collector David Willis assembled over 100 images (many still unpublished) made by Gallant and preceded by several shots by Avedon. Angelica Huston, his personal friend, wrote a moving introduction; a series of reminescences given by models, actors, actresses and photographers compose a collage that recalls, to some extent, a cheerful book of condolences. [Chiara Oggioni Tiepolo] Modificò leggermente il suo nome per darsi un tono più esotico, più corrispondente alle proprie aspirazioni di vita. E il cambio effettivamente avviò un corso esistenziale decisamente fuori dalle righe. Fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta Ara Gallant, nato nel Bronx come Ira Gallantz, rivoluzionò l’editoria della moda, prima come hair dresser e poi come fotografo. Partito come “maestro del colore” fra i banchi di Bergdorf Goodman, in breve tempo approdò al tempio sacro dello stile e della tendenza, quel Vogue America che gli valse un legame strettissimo con Richard Avedon (tanto da far coniare alla coppia professionale l’appellativo di “Aradon”). Eccentrico, sfrenato, eccessivo, animale prevalentemente notturno (e assiduo frequentatore del celeberrimo Studio 54), Gallant sfruttò nel corso degli anni la sua esperienza come image maker per avviare un’altrettanto proficua carriera come fotografo ritrattista. Numerose copertine di Interview di quegli anni portano infatti la sua firma. Avrebbe voluto approdare al cinema, tanto da trasferirsi a Hollywood per dedicarsi ad una sua sceneggiatura, ma la vita all’eccesso, e la dipendenza dalla droga, lo portarono a suicidarsi nel proprio garage nel 1990. Nel volume a lui intitolato edito da Damiani si celebra la sua esistenza (passata rapidamente dalla notorietà all’oblio dopo la sua scomparsa), il suo talento professionale, la stravaganza, la capacità innovativa. Il collezionista David Willis ha curato la raccolta di oltre 100 immagini (molte delle quali inedite) realizzate dallo stesso Gallant e precedute da alcuni scatti di Avedon. Angelica Huston, sua amica personale, ne firma una introduzione commossa; una serie di testimonianze raccolte fra modelle, attori, attrici e fotografi che hanno condiviso con lui parte del percorso formano un collage conclusivo che ricorda, in qualche misura, un allegro libro delle condoglianze. [Chiara Oggioni Tiepolo] |