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June Stampa
  • Nome Moises Saman
  • Data e luogo di nascita 21 Gennaio 1974, Lima, Perù
  • Professione Fotografo
  • Prima macchina Canon Rebel
  • Ultima foto A Washington, durante una conferenza stampa
  • [RVM] La tua mostra Haiti, The Melancholy of the Shadow (Milano, Spazio Tadini, 15/30 giugno) è il risultato del lavoro che hai realizzato in diverse fasi ad Haiti. Il tuo primo viaggio risale agli anni ’90, quando il paese era ancora lontano dall’attenzione dei media internazionali. Da dove è nato il tuo interesse?

    [MS] La prima volta ci sono arrivato su invito di un amico fotografo haitiano. Decidemmo di evitare le strade caotiche di Port-au-Prince e di andare in campagna a fotografare una cerimonia voodoo. Da allora ho fatto tre altri viaggi prima del terremoto del 2010, per lo più inviato dai giornali per coprire i disordini politici seguiti alla caduta del governo di Aristide. Haiti è diversa da qualsiasi altro paese dell'America Latina e dei Caraibi, la sua cultura e il suo ritmo sono più vicini a quelli del West Africa che a qualsiasi altra nazione caraibica, e il desiderio di capire un luogo così unico eppure così vicino agli Stati Uniti ha alimentato il mio interesse.

    [RVM] Haiti è una terra di contraddizioni: prima nazione nera a diventare indipendente e paese più povero delle Americhe, immerso nel caos dal 2004, dopo la caduta di Aristide. La cultura e la società haitiana saranno in grado di non disgregarsi di fronte all’ulteriore tragedia del terremoto?

    [MS] Gli haitiani sono il popolo più resistente che abbia mai incontrato. Hanno affrontato innumerevoli disastri, naturali o provocati dall'uomo, la loro storia è densa di attentati, epidemie, devastanti uragani, ma è veramente sorprendente vedere come in mezzo al caos gli haitiani siano in grado di trovare uno scopo comune e di celebrare la vita. Anche dopo lo shock iniziale del terremoto, la gente si è impegnata nel recupero e nella ricostruzione. Qualche saccheggio c’è stato, ma la maggior parte degli haitiani che ho visto scavavano nelle macerie a mani nude e costruivano tende e campi per gli sfollati.

    [RVM] Documentando le tragedie con la fotografia è davvero possibile evitare di riproporre i soliti cliché del dolore? Le immagini della sofferenza possono ancora suscitare il coinvolgimento di spettatori ormai assuefatti a guardarle?

    [MS] Credo che la nostra responsabilità di fotoreporter sia di trovare nuovi modi di tenere viva l’attenzione di chi guarda, e possibilmente, di suscitare una sua reazione. Nel mio lavoro cerco di evidenziare l'umanità che resiste in ogni situazione, per quanto difficile o orribile, piuttosto che concentrarmi su quella ricerca di morte e sangue che, a volte, può sconfinare nella pornografia. Quando sei in grado, da fotografo, di stabilire una vera intimità con i soggetti, riesci a far emergere l’elemento umano in ogni storia: per ispirare un coinvolgimento e una risposta da parte del pubblico, le fotografie devono trasmettere empatia, piuttosto che shockare chi guarda.