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July Stampa
  • Nome Giuseppe Moccia
  • Data e luogo di nascita 4 Dicembre 1978, Napoli, Italia
  • Professione Fotografo
  • Prima macchina Canon Prima
  • Ultima foto Maria Letizia che beve il tè
  • [RVM] Hai recentemente vinto il Premio PhotoEspana OjodePez for Human Values con il tuo lavoro The Wednesday Kid, racconto per immagini della vita quotidiana di Christopher, 18 anni, affetto dalla sindrome di down. Come ti sei avvicinato a questo soggetto?

    [GM] Una delle mie più care amiche lavora per l'AIPD - Associazione Italiana Persone Down. Nel 2007, frustrato dalla mia condizione di fotografo di cronaca, cercavo una storia che mi coinvolgesse intimamente. Così ho scoperto che la Sezione di Roma dell'AIPD organizzava un progetto di "educovela" per ragazzi affetti dalla sindrome di Down. Quell’estate mi sono imbarcato con quattro ragazzi Down., intraprendendo un viaggio che mi ha dischiuso le porte di una dimensione profondamente umana, permettendomi di comprendere quali sono le sfide che le persone affette dalla sindrome devono affrontare: autonomia, self-care, capacità di relazionarsi e indipendenza dalla famiglia. Con l'allungamento della prospettiva di vita media delle persone Down, l'indipendenza dall'ambiente famigliare diventa un nodo cruciale per chi sopravvive ai propri genitori. Proprio l'introduzione al mondo del lavoro come processo di inclusione sociale è stata alla base del progetto The Wednesday Kid. Ma quando sono entrato in relazione con Christopher, ho dovuto aprimi a una storia diversa da quella che avevo immaginato. Sono i legami famigliari e la ricerca di identità il nodo cruciale della sua vita.

    [RVM] Oltre al progetto fotografico hai realizzato anche il multimedia I Love Too Much. Perché hai sentito la necessità di raccontare la vita di Chris anche attraverso il video?

    [GM] Per la complessità della storia che stavo cercando di raccontare. Ho sentito il bisogno di condividere in maniera più esaustiva, ma sempre intellettualmente non filtrata, il messaggio di amore e frustrazione che Christopher mi stava consegnando. Volevo che da soggetto, Christopher, divenisse protagonista con i suoi pensieri, le sue parole e le sue emozioni.

    [RVM] Dalle foto e dal multimedia emerge una relazione molto forte tra te e il protagonista del racconto. Come l’hai costruita? E come ha reagito Chris rivedendosi nelle tue immagini?

    [GM] Quando ci hanno presentati, Christopher, senza indugi, mi ha detto che ogni mercoledì lavorava al Burger King, pulendo i tavoli; che lo faceva per aiutare sua madre, che è disabile e non può lavorare; che i suoi genitori si stavano separando e che suo padre non aiutava economicamente la famiglia. "Questa sì che è inclusione sociale!", ho subito pensato. Poi, dopo un’attesa di cinque settimane, sono riuscito a entrare in casa di Chris e, una volta lì, ho capito come lui si sforzasse di avere il controllo della situazione ma, allo stesso tempo, fosse in balia delle dinamiche famigliari. Inizialmente ho avuto timore della fortissima carica emotiva della sua storia, ho dovuto fare uno o due passi indietro per darle respiro. Ho cercato di cancellare qualunque sceneggiatura preesistente per lasciare la storia parlasse da sola: e Chris è stato un narratore perfetto. Credo che, alla fine, il mio lavoro abbia trovato il suo senso ultimo tornando da dove era venuto: in casa di Christopher. Ma questo l'ho capito solamente quando gli ho mostrato le fotografie. È stato un momento di verità indimenticabile.

    [RVM] L’approccio multimediale alle storie pone il problema della “dichiarazione” del punto di vista in modo nuovo e più urgente rispetto a quanto accade con l’uso della sola fotografia: secondo te è necessario mantenere una distanza critica dalla storia che si racconta, rispettando i dettami del documentario classico, o tu invece preferisci calarti completamente nella realtà che documenti fino a diventarne in qualche modo parte?

    [GM] Mi interessa il "non fitrato". Non rispetto a una pretesa di oggettività, ma rispetto a me stesso: volevo che il documentario fosse libero dalle mie sovrastrutture. Con il montatore Leeor Kaufman ci siamo interrogati su ogni suono, immagine e taglio per evitare leziosità e per creare un filo diretto tra le emozioni dei protagonisti e il pubblico. Indubbiamente la mia presenza è molto forte, ma spero che questo comunichi un senso di intimità e compenetrazione.

    [RVM] The Wednesday Kid esplora temi delicati, come la sessualità di un adolescente disabile. Quanto è stato consapevole Chris delle intenzioni e delle direzioni del tuo lavoro? E come vorresti fosse recepito il tuo progetto da chi lo guarda?

    [GM] Appena Christopher ha finito di vedere il multimedia ha voluto chiamare suo padre. Lo ha fatto sedere davanti al computer per mostrarglielo, e lui ha accennato qualche risata imbarazzata. Chris, allora, gli ha stretto forte il braccio e gli ha detto " non ridere: questa è la mia vita". Ecco la consapevolezza di Christopher. Vorrei che fosse proprio questa consapevolezza a filtrare, suscitando in chi guarda sia una risposta emotiva che politica, così come è successo a me.