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September '10 Stampa
  • Nome Martina Bacigalupo
  • Data e luogo di nascita 1978, Genova, Italia
  • Professione Fotografa
  • Prima macchina Una Minolta regalatami da mio padre
  • Ultima foto Francine durante il suo viaggio in Italia
  • [RVM] Umulayika, il progetto che hai realizzato in Burundi negli ultimi tre anni, ti è appena valso il Canon Female Photojournalist Award durante l’edizione 2010 di Visa pour l’Image, a Perpignan. Perché hai scelto di lavorare su quel territorio?

    [MB] Le Nazioni Unite mi hanno chiamato come fotografa della missione di mantenimento di pace del Paese, la BINUB. Ho lavorato per un anno con loro e poi ho deciso di proseguire la mia ricerca da sola. Sono stati gli incontri, come quello con Francine, a legarmi al Burundi.

    [RVM] Cosa ti spinta a raccontare la sua storia?

    [MB] In Burundi la società è rigidamente patriarcale: le donne non possono ereditare, dare la propria nazionalità ai figli, gestire i propri beni, disporre dei prodotti dei campi che coltivano. La mia scelta però non è stata dettata da una forma di militanza, ma da un interesse per la vulnerabilità, per le storie di chi non ha voce. Quando ho incontrato Francine, mi ha subito colpito il modo in cui affronta il suo dolore: assalita dal fratello del marito per aver dato alla luce una sola figlia femmina, ha perso entrambe le braccia. Ma lei, nonostante gli abusi, nonostante il silenzio, nonostante la mancanza di tutela da parte della legge, ha mantenuto la sua dignità. E’ questo che ho cercato di raccontare: la sua lotta quotidiana per un’esistenza normale.

    [RVM] Questo progetto ha cambiato il tuo percorso fotografico e anche la vita di Fancine…

    [MB] Sì, nel 2009 ho vinto il Premio Ponchielli e, grazie al sostegno del GRIN (Gruppo Redattori Iconografici Italiani) e di Handicap International Burundi, abbiamo finanziato il viaggio di Francine in Italia, dove le saranno applicate delle protesi con cui riconquistare una vita possibile.

    [RVM] Un movimento per la difesa dei diritti delle donne comincia a svilupparsi in Burundi?

    [MB] Stanno nascendo molte associazioni e il Paese ha ratificato tutte le convenzioni internazionali per i diritti della donna, il problema è la loro applicazione. Per legge, il 30% dei membri del Parlamento devono essere donne, ma è una misura che non ha alcuna ricaduta nella vita quotidiana delle donne. Inoltre, dal 2009, nel codice penale è stato finalmente inserito il reato di violenza domestica. Solo che con una pena ridicola: otto giorni di prigione e otto dollari di multa.

    [RVM] Il Burundi è stato teatro di un genocidio violento come quello del Ruanda. Perché non è stato documentato dai media?

    [MB] Perché in Burundi non ci sono interessi internazionali di nessun tipo, e anche perché, a differenza che in Ruanda, dove l’eccidio della popolazione Tutsi si è compiuto in soli 100 giorni, in Burundi si è consumato nell’arco di 11 anni, provocando oltre 300.000 vittime. In più, la stampa locale è soggetta a una forte censura: anche per questo, insieme ad alcuni colleghi burundesi, abbiamo fondato Piga Picha, Movimento per l'Imagine Indipendente in Burundi. Le fotografie, avendo un senso meno univoco delle parole, documentano la realtà sfuggendo più facilmente alla censura.

    [RVM] Per il tuo nuovo progetto, che sarà esposto a Visa pour l’Image 2011, hai scelto un’altra protagonista coraggiosa…

    [MB] Racconterò la storia di Filda: vedova e ammalata di Aids, ha perso una gamba su una mina, in Uganda. Ma, al di là del suo dramma, mi interessa la sua forza. Cresce da sola quattro figli, coltiva i campi, ogni giorno fa chilometri per prendere l'acqua. Come Francine, è una donna che lotta.