Banner
 
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Interview > March '11 Stampa

copertina libro

  • Name Paolo Pellegrin
  • Date and place of birth Rome, 1964
  • Profession Photographer
  • First Book Kosovo, 1999-2000, Trolley Books (London, 2002)
  • Latest exhibition Dies Irae, Forma Gallery, Milan, until May 15th


    • Nome Paolo Pellegrin
    • Professione Fotografo
    • Luogo e data di nascita Roma nel 1964
    • Primo libro Kosovo, 1999-2000, Trolley, (Londra, 2002)
    • Ultima mostra Dies Irae, Galleria Forma, Milano, fino al 15 maggio

      [RVM] Dies Irae, la tua prima grande retrospettiva italiana, è un percorso sui tuoi oltre vent'anni di carriera. Qual è, per te, il filo conduttore che lega la tua ricerca fotografica?

      [PP] Credo che le mie foto siano tutte accomunate dalla stessa tensione umanistica, dallo stesso desiderio di testimoniare l'uomo in circostanze estreme. Faccio parte di Magnum, un gruppo di fotografi che si interroga costantemente sul linguaggio della fotografia, che tenta di conciliare la tradizione con la complessità del contemporaneo, che prova a insinuare un dubbio: tutto questo si riflette nei miei scatti.

      [RVM] A quarantasei anni sei considerato un maestro. Quando si trova uno stile, come si sfugge al rischio della ripetizione?

      [PP] Mi sento in divenire, nel pieno di una carriera in movimento. I fotografi lavorano una vita intera per mettersi in contatto con la propria voce interiore, per trovare il proprio stile. Poi, quando lo trovano, quell'approdo può anche diventare una gabbia: può essere la fine della ricerca. Io so di aver lavorato molto per connettermi a questa voce, per creare una mia cifra personale che fosse una somma di tradizione e innovazione, ma, allo stesso modo, so anche che il mio sguardo è in costante divenire.

      [RVM] Come si è evoluta la tua fotografia in questi vent'anni?

      [PP] Guardando il mio lavoro in prospettiva, vedo un progressivo processo di sottrazione. Le mie immagini sono diventate più asciutte, più scarne: all'inizio ho lavorato molto sulla forma, cercando di seguire la lezione di maestri come Gilles Peress, Koudelka, Klein, Frank, esercitando una visione multipla, un racconto che si svolgesse su più piani. Adesso cerco una fotografia più semplice, fatta di meno elementi, basata sull'idea di togliere per arrivare all'essenza.

      [RVM] In una fase storica in cui il non visto non esiste più, quale può essere il ruolo del fotoreporter?

      [PP] Credo ancora molto nella funzione sociale e etica del fotogiornalismo, quella dei fotografi di reportage è una voce importante, ma il suo compito fondamentale, al di là del carico di intenti personali che ciascuna foto si porta dietro, è il dialogo che questa immagine riesce a instaurare con chi la guarda. Se il fotografo propone un'opinione definita, la qualità di questo scambio ne risente: per questo attraverso le immagini mi interessa di più porre delle domande che dare delle risposte. Perché la fotografia, una volta scattata, si stacca dal suo autore e comincia a vivere di vita propria.

      [RVM] Ci sono foto che hai scelto di non scattare? Il pudore è un valore in fotografia?

      [PP] Sono più le foto che non faccio che quelle che faccio: quando ci si confronta con l'umanità nei suoi momenti estremi il pudore diventa un valore fondamentale. Davanti al dolore degli altri, io mi domando continuamente quale sia la mia utilità, e la ragione della mia presenza. Ma non esiste una formula, conta solo la somma dei vaolri etici del fotografo.

      [RVM] Dopo tutto quello che hai visto, riesci ancora a sorprenderti?

      [PP] La vita rimane un mistero, per me. L'ultima volta che mi sono sorpreso è stato in Medioriente in questi giorni, di fronte allo straordinario desiderio di libertà e di giustizia che ha portato la gente in piazza. Siamo in un momento paragonabile a quello che è stato la caduta del Muro di Berlino per l'Occidente: una rivoluzione. Non può non emozionarti avere il privilegio di vedere la Storia che si muove davanti ai tuoi occhi.