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Interview > May '11 Stampa

 

Simona Ghizzoni

  • Name Simona Ghizzoni
  • Date and place of birth 1977, Reggio Emilia
  • Profession Photographer
  • First Camera A Minolta found in the trash
  • Last Pictures A portrait of a friend with a Holga lens mounted on the D700, in Venice


    • Nome Simona Ghizzoni
    • Professione Fotografo
    • Luogo e data di nascita Reggio Emilia, 1977
    • Prima macchina Una Minolta trovata nella spazzatura
    • Ultima foto Il ritratto di un amico con una lente della holga montata sulla D700, a Venezia

      [RVM] Il tuo ultimo lavoro, incentrato sulla triscia di Gaza, è stato recentemente ra i vincitori dell’Aftermath Special Project Grant. Com’è nato questo progetto?

      [SG] Ho avuto l’occasione di passare due settimane a Gaza dopo un lavoro fatto con un’amica giornalista nella West Bank. In quell’occasione me ne sono inamorata, ho testato la mia resistenza a sopportare le difficoltà che ci sono in un contesto del genere, e ho deciso di partire da Gaza per intraprendere un progetto sul dopo-guerra e sulla condizione femminile nei paesi musulmani. Le donne, a Gaza come in molti altri paesi dell’area, vivono una sorta di doppia prigionia, sia per la condizione politica che per quella sociale e religiosa. Pur nella differenza dei contesti, c’è un forte legame tra questo lavoro e quelli che ho fatto prima: fin da Odd days, il mio lavoro sull’anoressia, mi è sempre interessato raccontare come si vive - soprattutto da donne - dentro un mondo dal quale non si può uscire.

      [RVM] Al centro della tua ricerca c’è l’universo femminile. Perché?

      [SG] Perché per il corpo femminile passa tutto: in ogni situazione di difficoltà e di conflitto la donna vive una condizione più fragile, il suo corpo è terreno di guerra o viene strumentalizzato a servizio di una religione o di una ideologia. Dagli stupri di massa ai conflitti familiari. Fino all’ossessione mediatica per la perfezione che alimenta l’anoressia.

      [RVM] Gaza è un territorio molto documentato fotograficamente, come sei riuscia a trovare la tua cifra personale per guardarlo?

      [SG] Non è stato facile. Quando sono arrivata lì avevo la testa piena delle immagini potentissime realizzate dai molti fotografi che ci erano arrivati prima di me. Poi ho cercato di essere onesta con me stessa: volevo riuscire a trovare una mia dimensione per raccontare quel luogo. Ho cercato la mia nicchia e le foto che sono venute fuori sono, in effetti, molto diverse da quelle che ho visto in precedenza, molto femminili, molto mie. A Gaza mi interessava fare un lavoro evocativo, sui vivi. Al contrario di quello che si fa abitualmente nei racconti fotografici di quei luoghi, dove vengono messi al centro dell’obiettivo gli eventi e i morti.

      [RVM] Grazie al grant dell’Aftermath potrai sviluppare un nuovo progetto. Dove e come pensi di realizzarlo?

      [SG] Sarà un un racconto sulla società Sahrawi. Anche in questo caso ritornerà il tema della prigionia - quella dei campi profughi - e quello della condizione femminile, visto che la donna Sahrawi vive in una società molto più moderna di molte altre società arabe.