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Interview > June '12 Stampa

 

Eva Tomei

  • Name Eva Tomei
  • Date and place of birth 19/08/1976
  • Profession photographer at Camera21
  • First Camera Contax 35mm, fully manual
  • Last Picture Yesterday, with my iPhone, to the excavations in San Lorenzo, Rome


    • Nome Eva Tomei
    • Professione Fotografa per l’associazione Camera21
    • Luogo e data di nascita 19/08/1976
    • Prima Mcchina Contax 35mm, completamente manuale
    • Ultima Foto Ieri, con l'iPhone, gli scavi a San Lorenzo

      [RVM] Hai appena concluso un progetto di fotografia partecipativa insieme a un gruppo di ragazze anoressiche. Perché hai scelto di avvicinarti a tema dell’anoressia e di usare la fotografia per questo percorso condiviso?

      [ET] Credo che la ricerca della bellezza ti riempia l’anima e che questo, in qualche modo, sia curativo. La spinta a uscire di casa per cercare qualcosa, ad andare oltre se stessi seguendo un desiderio creativo può essere importante, soprattutto in una patologia che ti porta a chiuderti in te stesso.

      [RVM] Come si è articolato il progetto?

      [ET] Il laboratorio è nato da una mia idea ed è stato realizzato all’interno dell’associazione Camera 21. Ci siamo incontrate una volta alla settimana per cinque mesi. Ho dato loro degli spunti sull’autonarrazione, le ho indirizzate nell’uso dell’immagine. Una psicologa, poi, subentrava nel momento in cui le immagini venivano commentate insieme, intervenendo sulla lettura degli scatti e sulla loro funzionalità.

      [RVM] L’anoressia comporta un difficile rapporto con l’immagine di sé, come hanno reagito le ragazze nel cimentarsi con l’autonarrazione?

      [ET] Le ragazze che hanno partecipato a questo percorso sono persone con diversi tipi di disturbi alimentari e caratteri differenti. Alcune di loro l’hanno vissuto con grandissima passione, sia pure con delle difficoltà rispetto al mezzo. Pur essendo spaventate, hanno deciso di approfondire gli aspetti più intimi del loro vissuto: le foto sono state un canale di accesso nella loro storia, le immagini sono diventate le tracce delle conquiste che sono riuscite a fare rispetto alla malattia. Una delle ragazze ha fotografato la sua cucina nel caos, commentando “oggi sono felice che la mia cucina sia in disordine perché c’erano degli amici a cena, perché in passato era così solo dopo un’abbuffata bulimica”. Altre ragazze, invece, erano molto chiuse, avevano paura del giudizio. Hanno avuto enormi resistenze, temendo che questo percorso le portasse a riflettere su temi troppi dolorosi. Queste ragazze hanno fatto foto nelle quali si fatica a percepire la specificità della persona, preferendo elementi simbolici più astratti.

      [RVM] La fotografia può essere uno strumento utile a riappropriarsi dello sguardo su di sé, mediando l’acquisizione di un’immagine più sana del proprio corpo?

      [ET] Credo che possa essere uno strumento valido per riappropriarsi dello sguardo in assoluto: guardare è una forma di relazione col mondo e con la vita, e molte di queste ragazze hanno grandi problemi in questa relazione. Per quanto riguarda lo sguardo su di sé, credo che questo richieda un tempo molto più lungo ma, in effetti, la fotografia è uno specchio molto più fedele dello specchio stesso. Ti dà meno possibilità di deformare la tua immagine.

      [RVM] Che ruolo ha avuto l’autoritratto in questo percorso? E come hanno reagito le ragazze rivedendosi in foto?

      [ET] Le poche ragazze che hanno avuto il coraggio di rivolgere la macchina fotografia verso di sé hanno vissuto malissimo il fatto di rivedersi: avendo una tale difficoltà di relazione con se stesse, hanno bisogno di mentirsi sulla propria immagine. La fotografia, invece, spesso ti racconta cose di te che non sai o che non vuoi vedere.

      [RVM] Quali sono stati i temi ricorrenti negli scatti delle ragazze?

      [ET] Il cibo, sicuramente. Alcune tra di loro ammettono questa ossessione, mentre altre, pur non ammettendola, hanno difficoltà a guardare altre cose, perché questo elemento è al centro del loro immaginario.